13 feb 2016

Alice - short of time pt. 1 (Racconto Breve)



14 aprile, 1935

Ieri una nostra giovane connazionale è scomparsa nel villaggio indiano di Samay-Shahar.
La fanciulla, che sosteneva di chiamarsi Margaret Ewitt, non è iscritta in nessun registro anagrafico e non risulta essersi imbarcata su nessuna nave diretta in India nell’ultimo anno. Mentre in Inghilterra le forze dell’ordine stanno lavorando per rintracciare la sua famiglia, le autorità indiane stanno indagando senza escludere nessuna pista.
Il villaggio di Samay-Shahar, che si trova a nord-est di Jaipur, è da decenni meta di giovani studenti borghesi per via del suo antico complesso di rovine, un tempo sede del più grande tempio indù della regione. La giovane scomparsa faceva parte di una comitiva di turisti europei che sono già stati interrogati dalla polizia di Jaipur .

Il trafiletto sulla copertina dell’Indian Times rimandava a pagina 4 per leggere l’intero articolo.
“Signor Winster, come puó ben notare la notizia si è rapidamente diffusa...”.
Thomas Winster, ventiquattro anni, una laurea in filosofie orientali, si aggiustó nervosamente gli occhiali sul naso dopo che, stando chino sul giornale, gli erano leggermente calati.
Il caldo umido e afoso, unito alla lampadina a incandescenza della sala interrogatori puntata in viso, lo avevano portato a sudare; sentiva la camicia di lino spiacevolmente appiccicata al torso, ma si era sentito troppo a disagio e non aveva osato togliersi la giacca.
Osservava il capitano Phradjar in ansia, chidendosi perché lo avesse fatto convocare a quell’ora della sera e dove volesse arrivare mostrandogli quell’articolo di giornale. Si domandava se il suo arricciarsi i baffi grigi con aria pensosa indicasse uno stato d’animo particolarmente turbato... C’era forse da preoccuparsi?
“Io non voglio insinuare niente, signor Winster, ma lei è stato l’ultimo ad aver visto la signorina Ewitt - ammeso che davvero si chiamasse cosí - e pertanto il nostro unico sospettato. Tutti i vostri compagni di viaggio inoltre hanno detto che eravate in rapporti relativamente buoni...”.
“Parlavamo ogni tanto, tutto qui”, lo interruppe Thomas Winster allentando il colletto della camicia ormai madido di sudore. Il ragazzo era troppo pavido e smidollato per opporsi fermamente alla pesante accusa che gli veniva rivolta e si limitó a ribattere all’insinuazione. Il capitano Phradjar non sembró neppure dargli peso,comunque.
“Mi racconti tutto quello che sa di Margaret Ewitt e poi mi ripeta per filo e per segno, senza tralasciare neanhe un particolare, que che è successo ieri mattina”.
Thomas Winster deglutí e congiunse le mani tremanti in grembo.
“D’accordo, le diró tutto. Ma lei deve promettermi che non mi prenderà per pazzo”.

13 aprile, 1935

Quel mattino la via principale di Samay-Shahar era trafficata come al solito. I mercanti di frutta si facevano aiutare dalle mogli abbigliate in sarii sgargianti e dai figlioletti a trascinare fino al mercato carretti straripanti di casse. Gli schiamazzi delle donne che sciacquavano i panni nel fiume giungevano vivaci da dietro la fila di tettoie di legno e foglie che fungevano da negozi - oltre che da abitazioni, alla bisogna.
Per strada, facendosi largo fra i carretti e i baracchini, un gruppo di sei o sette bambini arruffati e con i piedi sporchi di polvere rincorreva gridando una scimmia con le zampe strette attorno ad un casco di banane; sebbene si trattasse di una vera e propria caccia al ladro, i bambini sembravano divertirsi parecchio, quasi stessero giocando ad acchiappino. Agitando le braccia e i bastoni, schivando i mercanti, balzando sui muriccioli, levavano i loro gridi di battaglia piú per se stessi che per spaventare la scimmia. Poi furono inghiottiti dalla folla.
Due contadini camminavano umilmente dietro una giovenca bianca con le zampe sporche di fango e intonavano una cantilena: al loro passaggio le lavandaie, i mercanti e le loro mogli, persino le anziane donne chine a spazzare il ciglio della strada interrompevano per un attimo le loro faccende, si fermavano e si toccavano il centro della fronte con l’attaccatura del pollice un paio di volte.
“Signorina Ewitt, dove sta andando tutta sola?”.
Il signor Winster, che era un giovane borghese ben educato si preoccupó non appena notó la giovane Ewitt imboccare la porta della hall. Fuori dalla finestra, la strada appariva caotica e confusionaria e non era certamente il caso che una ragazza cosí giovane se ne andasse a spasso tutta sola in un villaggio straniero e barbaro nel cuore dell’India.
Il signor Winster era di temperamento equilibrato e raramente perdeva la pazienza, ma la noncuranza della signorina per il pericolo e la sua ingenua sprovvedutezza lo infastidirono.
Le andó incontro suo malgrado con fare amabile e tentó di dissuaderla. La giovane parve ascoltare il suo consiglio inclinando lievemente il capo. La tesa del capello di paglia bianco le adombró il viso pallido per un istante, il nastro di raso color senape le scivoló sullo spallino dello spolverino a fiori.
“Venga, i fratelli Holmes stanno leggendo ad alta voce nella sala da tè”, la invitò lui con un gesto della mano.
Il signor Winster si voltó convinto di essere seguito e si avvió verso le scale di legno; dopo cinque passi, insospettito dall’insolito silenzio della giovane, si voltó con l’intenzione di instaurare lui stesso una conversazione.
Ma la signorina Ewitt non c’era; la porta girevole della hall dell’hotel girava sonnacchiosa e al di lá delle vetrate, nella strada, fra i mercanti, i carretti, le donne in sarii e i bambini che giocavano a rincorrersi, non c’era traccia del suo spolverino a fiori, né tantomeno del suo cappello bianco.

La signorina Ewitt era stata fin dall’inizio una che amava fare di testa sua. All’inzio il signor Winster l’aveva trovata tremendamente irritante: si sa bene che le donne sono stupide e incoscienti e che la testardaggine le spinge solo a correre inutili rischi. Poi peró il signor Winster aveva rivalutato l’attitudine della signorina Ewitt; a volte gli era perfino parso che quella giovane, seppur debole come tutte le donne, fosse molto più capace di lui. L’irritazione era stata pian piano sostituita da un cupo senso di inferiorità; il fatto stesso di sentirsi cosí nei confronti di una donna era per il signor Winster causa di profondo imbarazzo.
Eppure, osservando la signorina Ewitt prendere con risolutezza decisioni dalla logica spiazzante o sentendole affermare cose particolarmente profonde e intelligenti senza la minima timidezza o esitazione, si sentiva pieno di una cieca ammirazione.
Da allora aveva iniziato a rivolgersi alla signorina Ewitt con un rispetto e andava oltre la semplice cavalleria.
Tutavia, intorno a lei permaneva un alone di mistero che, se da una parte la rendeva maliziosamente affascinante, dall’altra faceva quasi paura.
Una volta, ad esempio, il signor Winster si permise di chiederle l’età: dimostrava poco più di diciotto anni eppure si comportava con la compostezza di un’adulta
La signorina Ewitt aveva risposto con un sorriso malizioso : “Non tengo più il conto della mia età da almeno vent’anni”. Interpretando la risposta come una bizzarra battuta, il signor Winster aveva riso. Ma osservando lo sguardo profondo della signorina Ewitt e il suo sorriso affabile, la risata gli era morta sulle labbra. Il volto pallido e senza tempo di lei era stato percorso - anche se solo per un millesimo di secondo - da un ghigno divertito.

Il gruppo di studenti aveva percorso la costa e da una settimana si era addentrato nella regione di Jaipur intenzionato a godersi un'avventura nella giungla - certo, con la moderazione che si addiceva a dei giovani borghesi occidentali.
Quando la comitiva si riuniva, poco dopo i pasti, c’era sempre qualcuno che leggeva un libro ad alta voce o che intavolava conversazioni a sfondo filosofico. Si parlava anche d’attualità, talvolta, ma non molto di politica.
La signorina Ewitt in quei momenti sedeva con tutti, ma raramente apriva bocca. Distendeva il volto, ascoltava con attenzione con un sorriso misterioso ed era chiaro che pensava qualcosa che peró non aveva mai l’ardire di pronunciare ad alta voce.
Il signor Winster la osservava con la coda dell’occhio sperando di cogliere in lei una parvenza di umanità che peró non sembrava decidersi ad affiorare.
Nessuno comunque trovava sgradevole o bizzarra la sua presenza, e d’altro canto neanche il signor Winster all’inizio si era minimamente insospettito.Una sera, però, mentre si trovavano sul ponte di un battello che risaliva il fiume, aveva notato che la signorina Ewitt si era allontanata dal gruppo in silenzio. Non sapeva bene perché decise di seguirla – o meglio – lo sapeva, ma non l’avrebbe mai ammesso davanti al capitano Phradjar.
Aveva trovato la signorina voltata di spalle, appoggiata al parapetto del battello con il naso rivolto verso il cielo. La brezza del fiume le scompigliava i ciuffi ribelli scappati dallo chignon.
Fu una visione strana, una di quelle dove un particolare non torna.
Il signor Winster trattenne il fiato e si acquattò contro il muro delle cabine.Sì, c’era qualcosa di strano… i guanti – la signorina Ewitt non li portava. Era un fatto rarissimo se non unico… nella comitiva quasi nessuno aveva mai visto le sue mani. La signorina sosteneva di non togliere mai i guanti a causa di una grave ustione che da piccola le aveva deformato le dita, ma ora, a guardarle sotto la luce tremolante che filtrava attraverso gli oblò del ristorante di bordo, le mani della signorina Ewitt apparivano bianche e prive di imperfezioni.Tenevano un piccolo libro aperto più o meno a metà, ma la ragazza non accennava a chinare il capo per leggere. Che fosse un libro di preghiere?, si domandò ingenuamente il signor Winster.D’un tratto il vento si alzò, arruffando ancor di più i capelli della signorina Ewitt e increspandole il colletto di sangallo… stranamente né le pagine del libretto né l’orlo della sua gonna si mossero.Fu allora che il signor Winster giunse all’assurda, insensata conclusione che il vento doveva per forza venire dal libro.
Da quell’episodio in poi, il signor Winster rabbrividiva ogni volta che il suo sguardo si soffermava sui guanti della signorina Ewitt. Aveva scoperto, intravedendolo di tanto in tanto quando le apriva la sua borsetta di raso azzurro pallido, che il libretto misterioso era un taccuino con la copertina rigida e un coniglio d’argento raffigurato sulla costola.

Un'altra volta, durante un’uscita al mercato di Dharmakhar, la signorina si fermò sotto una tettoia di fogli di banano dove un’anziana donna dal volto rugoso praticava massaggi con olii profumati.
Il signor Winster si preoccupò che distaccandosi dalla comitiva le potesse succedere qualcosa e perciò la accompagnò.
La signorina Ewitt si sfilò le scarpe in segno di rispetto, salì sulla pedana di legno polverosa e salutò la vecchia congiungendo le mani.
L’anziana donna aveva alzato il volto dalla schiena del suo cliente e aveva corrugato le sopracciglia; i solchi sul suo volto erano centuplicati.
“Qui non serviamo stranieri”.
“Non importa, sono qui per un altro genere di servizio”, aveva risposto la signorina Ewitt, che si guardava intorno curiosa, come se l’affermazione della vecchia non l’avesse minimamente turbata.
“Non ti dirò quello che vuoi sapere”, aveva biascicato l’anziana in un inglese stentato.
“Ma io so pagare bene questo genere di informazioni”. Il tono della signorina Ewitt era diventato improvvisamente risoluto.
Il signor Winster era rimasto spiazzato dallo scambio di battute delle due. Il senso del discorso rimaneva del tutto oscuro, ma una cosa era evidente: le due sconosciute sapevano esattamente di cosa stavano parlando. Il giovane si sentì attanagliare lo stomaco dall’ansia e tornò a provare quel forte disagio di trovarsi davanti a un essere misterioso e inumano. Si chiese se forse sarebbe stato meglio che non l’avesse mai seguita. Eppure la signorina non pareva infastidita.
L’uomo disteso sulla pedana gemette; la massaggiatrice aveva premuto più forte del dovuto.
“D’accordo, ho capito. Stasera, lungo il Ruscello delle Virtù. Portane tre, non uno di meno”, aveva borbottato la vecchia senza più alzare lo sguardo.

 “Aspetti un attimo… quindi lei dice che la signorina Ewitt sembrava conoscere la vecchia massaggiatrice?”, domandò il capitano Phradjar buttandosi a sedere e grattandosi il capo confuso. La sala interrogatori era soffocante. Il signor Winster ormai era completamente fradicio di sudore, ma il racconto lo aveva entusiasmato e si era quasi dimenticato di bere il bicchiere d’acqua che gli era stato porto.

“Non ho detto questo. Anzi, sono piuttosto sicuro che le due non si conoscessero affatto. Dico solo che si sono intese al primo sguardo, come se… come se si leggessero nel pensiero!”.


“Ma non diciamo sciocchezze! Nessun essere umano è in grado di fare una cosa simile…”, aveva sbottato il capitano. Il signor Winster aveva gemuto e si era rannicchiato su se stesso, intimorito dall’accusa celata che gli aveva rivolto il poliziotto.


“Le sto dicendo la verità. Questo è ciò che ho visto e ciò che ho pensato in quel momento… E adesso mi lasci finire di raccontare”, balbettò lucidandosi le lenti degli occhiali con un angolo della camicia giacca sgualcita.


“Vede, capitano, io quella sera commisi un grosso errore a seguire la signorina Ewitt. Ma d’altronde, come potevo immaginare cosa sarebbe successo?”, farfugliò il giovane Winster passandosi nervosamente le mani fra i capelli. Lo sguardo inquieto assomigliava a quello di chi, dopo aver visto la morte in faccia, inizia a farsi tentare dalla follia.

2 feb 2016

Koto

Alla fine della mia permanenza in Giappone, decisi di ignorare gli impegni presi precedentemente con gli altri club e mi iscrissi alle lezioni di koto della scuola.
Non esistono parole per descrivere quanto io sia grata allo strumento che in un certo senso mi salvò dal periodo in assoluto più disperato della mia vita. Lo scoprii nel momento più giusto.
Non sono brava con gli strumenti musicali; per suonare serve pazienza, dedizione, senso del ritmo e mobilità nell’articolazione delle dita. Alle elementari ero la peggiore chitarrista della classe, alle medie quella con i voti più bassi nelle esercitazioni di pianoforte e in generale quando ballo ridono tutti.
Ero destinata a fallire anche con il koto, ma questo paradossalmente mi motivó: se suonavo partendo dll’idea che non avrei mai potuto raggiungere un buon risultato mi concentravo unicamente sulla sensazione dei polpastrelli contro le corde, sulle vibrazioni dell’aria e sul propagarsi del suono - insomma, suonavo unicamente per il piacere di farlo.
Il koto è lo strumento che fa il suono più bello, secondo me. Non è né una sfacciata chitarra, nè un lamentoso violino; anche paragonato al suono un po’ stridulo di altri strumenti a corda giapponesi come lo shamisen o il biwa, il koto risalta per la sua finezza.
La vibrazione delle corde ha un che di pulito e cristallino, fende l’aria come un elegante colpo di ventaglio per poi svanire timidamente, quasi ci avesse ripensato e volesse correre a nascondersi.
Questa caratteristica di vergognarsi della sua stessa bellezza fa del koto lo strumento più simile a un essere vivente che esista: in un pizzicamento di corda è condensato il presagio d’autunno che accompagna la vista degli alberi appena fioriti - il volo bruscamente interrotto degli uccelli e il ricordo nostalgico che una madre anziana conserva del figlio appena nato.
Ichiyo Higuchi scrisse nel suo celebre racconto “Koto no ne” che, udendo la melodia di un koto passando sotto una finestra aperta, un giovane delinquente si pentí della sua condotta e si commosse.
In effetti quello del koto è un suono un po’ triste, quello che ci ricorda che la felicità non è che una fase temporanea dell’esistenza. Ma proprio perché è cosí che ascoltarlo ci mette in condizione di accettare che certi avvenimenti ci piovano addosso, ci plasmino e ci segnino.
Il suono del koto ci pone di fronte all’unica verità, e cioè che la vita va presa come viene; suonandolo ho sopportato un sacco di cose.
Ho lasciato che le corde diventassero un’estensione di me e a volte che piangessero al posto mio.
La mattina ero solita prendere le chiavi dell’aula di musica tradizionale e lanciarmi giù per le scale, attraversare il giardino e catapultarmi a suonare prima delle lezioni.
Lei passava a prenderti proprio mentre io posavo la borsa in classe, e dalle vetrate vedevo tutto. Vi mettevate sulla panchina in giardino, mano nella mano, e io vi passavo davanti come se nulla fosse. A quell’ora il sole di maggio splendeva già alto e gli alberi del giardino erano già carichi di foglie verdi brillanti. Di quel tratto di cortile dalla scalinata all’edificio dell’aula di musica, ricordo solo il gesto meccanico di cercarvi con lo sguardo per accertarmi che foste lí e il chinare il capo per guardare le mie grandi scarpe nere calpestare l’erba giovane.
In quel periodo credo che non ci fosse una sola cosa che andava davvero bene; ero stanca di essere lontana da casa, sola senza aver stretto un solo vero legame; con la mia ultima madre ospitante stava inziando a andare sempre peggio, il mio peso era ormai drammaticamente sfuggito da sotto il mio controllo e tu - beh, tu sedevi con lei sulla panchina mano nella mano. Peró mi sentivo forte e invincibile come mai e all’epoca ero convinta che avrei potuto ottenere tutto ció che volevo. Insomma, io stavo affrontando tutto questo di petto, in un anno ero cresciuta, maturata e avevo imparato miliardi di cose e superato centinaia di difficoltá.
Sono stata una folle a pensare che questa forza e questo coraggio ormai non potessero più abbandonarmi. Oggi per esempio assomiglio a una grossa, brutta larva incapace di manifestare una qualsiasi forma di volontà. Pensare a domani (non al futuro, proprio a domani, 3 febbraio 2016) mi genera un forte senso di disagio e mi fa desiderare di sparire nel buio sotto le coperte.
Credo di non meritare di vivere, ma amo troppo la vita per farne ameno. Vorrei rinascere sottoforma di albero per non dover sopportare il rimorso di essere l’artefice di un destino patetico.
Se solo avessi un koto.
In questi momenti ripenso a quelle mattine di maggio in cui chiudendomi alle spalle le porte dell’aula di musica tradizionale e sedendomi davanti allo strumento, iniziavo a pizzicare le corde senza vergogna seguendo sempre il solito semplice spartito. Con lo sguardo al riparo dalla finestra l’immagine di voi due sulla panchina assumeva i contorni sfumati di un sogno, tanto che arrivavo a dubitare di averla mai davvero vista. Finché le corde vibravano, nessun dolore era abbastanza reale di fronte alla bellezza di quel suono.
Provavo una sensazione strana, quasi estatica, mentre le corde diventavano le maglie di un setaccio attraverso il quale goccia dopo goccia, ganello dopo granello, il mio spirito stanco di essere sballottato fra un sentimento e l’altro si liberava di tutto ció che lo appesantiva.
Starei meglio se oggi avessi un koto a cui affidare i miei sentimenti?

26 gen 2016

Di nuovo (ma ho mai smesso?) cercando di baciare la pioggia - racconto breve

La solitudine puó essere piacevole.Ti dà quella scarica di adrenalina che ti permette di affrontare sfide che non avresti mai immaginato. La solitudine ti permette di compiacerti delle tue conquiste.La solitudine mi ha permesso di crescere, di uscire dal bozzolo, di lanciarmi in un vuoto dopo l'altro.Ma oggi che non riesco a dormire, la solitudine mi sta schiacciando contro il mio futon e non mi lascia respirare.Vorrei abbracciare qualcuno. Qualsiasi persona. Basta che mi voglia bene.Vorrei riuscire a dormire per non pensare a tante cose.Quest'anno mi ha dato tantissime gioie e soddisfazioni, ma mi ha aperto anche delle ferite che fanno un po' male.E dopo 8 mesi in cui sono cambiata cosí tanto, ci sono volte in cui vengo messa di fronte all'evidenza del fatto che ancora non basta. Che é solo l'inizio della trasformazione.Ci sono volte in cui le sfide più belle sono anche le più impossibili da realizzare, e ci si ritrova con in mano un pugno di sabbia che scivola via non appena allentiamo la presa.Ho provato a baciare la pioggia.
Sono stata così tanto sotto quel temporale cercando di baciare una cosa così inafferrabile come la pioggia, come se la si potesse cristallizzare a mezz'aria.Non sono pazza. Tutti prima o poi cercano di baciare la pioggia.E tutti prima o poi si ritrovano completamente bagnati, con gli occhi che bruciano e gli abiti attaccati addosso, i capelli appiccicati alle guance.
E siamo così fradici e infreddoliti che neanche abbiamo il coraggio di muoverci.Quanto ci rimarrò, sotto questa pioggia, prima di decidermi a rientrare in casa e liberarmi faticosamente degli abiti zuppi e asciugarmi la faccia?Un exchange è un po' anche questo. Essere tristi mentre si è felici, soli circondati da persone, bambini che si comportano da adulti.È andare avanti spavaldi avendo paura di cadere ad ogni passo.Innamorarsi della pioggia.
Eccomi qui. È passato più di un anno e mezzo da questo famoso post del mio blog. Un anno e mezzo è poco agli occhi di chi ha già vissuto a lungo, ma a me sembra che quelle parole siano state rievocate da un abisso dimenticato.
In fondo è successo così tanto... Ne ho fatte di cose.
Trovo pateticamente ironico il fatto che però niente di ciò che ho fatto mi abbia reso una persona più saggia, anzi, mi pare che anche i progressi e le conquiste di cui mi sentivo forte quando sono tornata in Italia siano svaniti, soffocati, morti sotto strati di incertezza per un futuro minacciosamente triste.
Sono tuttora innamorata della pioggia, e al solo pensiero sento le lacrime pungermi gli occhi. Non ha senso che io mi trovi ancora qui, sotto il temporale, ancor più fradicia... Ancor più pietosamente infreddolita.

Sono giunta alla conclusione - e lo ammetto letteralmete con gli occhi pieni di lacrime - che noi esseri umani passiamo la vita a cercare di entrare in possesso di cose così inafferrabili che a malapena riusciamo a sfiorarle. E contro ogni logica ci illudiamo che se fossimo stati più bravi - più pronti - non ce le saremmo lasciate sfuggire dalle dita così facilmente. Ci arrabbiamo con noi stessi, ci arrovelliamo fra i sensi di colpa quando in realtà l’infelicità umana è semplicemente scritta nel destino e prima o poi ci inciampiamo tutti.
In secondo luogo, il trovarmi nuovamente qui sotto la pioggia è doppiamente una follia perché impedisco ad altre persone di godere della felicità che meritano. Il ragazzo innamorato di me e disposto a qualsiasi sacrificio pur di vedermi sorridere, ad esempio, viene lasciato affinché io goda appieno di quest’egoismo cieco e masochista che mi spinge a perseguire la via dell’insoddisfazione. Suppongo che al dolore della separazione ora si sia aggiunto quello di vedermi così stoicamente ancorata alle mie sofferenze che, tutto sommato, se paragonate alle sue forse sono anche più lievi e sopportabili.

Il confine tra piacere e dolore si fa sempre più labile e sottile. La mia giovinezza si conclude con un inquietante presagio di follia e a volte mi domando se sono destinata a finire come i grandi scrittori del passato... Come il maestro.
Di certo non sarò mai brava come loro.

Non so perché più di ogni altra cosa, io associ a te la pioggia e il cielo nuvoloso. In realtà ci sono mille altre cose che mi ricordano in continuazione la tua figura, ma effettivamente nei tuoi occhi si agitano le tempeste e i temporali primaverili, e credo che nessun sole estivo riuscirebbe a riportarvi il sereno.
Congeli il presagio della bufera dietro a un’impassibile calma, come le nubi grige e dense, aggrappate al cielo per miracolo, che a giugno fanno a gara a trattenere la pioggia.
Mi torna in mente quella volta del tifone: era settembre, e io ero appena arrivata.
Parlavo male e tutto mi era nuovo,ma non conoscevo ancora il dolore e l’angoscia che mi avrebbero segnata in seguito. Ero felice - felice come mai sono stata.
Non so se allora già ti amavo, ma se ti ricordo così bene forse sì. Io mi ero comprata uno stupido ombrellino rosa ripiegabile perché in Italia gli ombrelli lunghi sono considerati un po’ sfigati per andare a scuola e perché quell’ombrello era davvero carino, rosa con i fiorellini di ciliegio. Non avevo calcolato che i rimasugli del tifone dei giorni precedenti lo avrebbero facilmente spezzato.
Uscii di casa a Mikuni indossando la divisa bianca della scuola - quella estiva, che ci faceva assomigliare tutte a delle infermiere - e avevo aperto l’ombrellino rosa. Il tempo di arrivare alla stazione a prendere il treno delle sette e sedici e le sottili stecche di metallo dell’ombrello si erano già tutte spezzate e io mi ero già bagnata.
In treno avevo osservato l’ombrello chiuso e grondante, fra i miei piedi, con gli angoli storti e tristemente accasciati sul linoleum giallino. Una volta scesa alla stazione della linea Hankyu di Ashiya mi ero lasciata trasportare dalla fiumana di studenti: reggevo disperatamente i lembi penzolanti dell’ombrello cercando di ripararmi ma una mano non bastava, ed ecco allora che trattenendo il manico dell’ombrello nell’incavo del collo ripetevo l’operazione con entrambe le mani. Ma neanche due mani sembravano sufficienti: il vento tormentava le asticelle dell’ombrello, il manico scivolava dall’incavo del collo, la pioggia mi bagnava il viso e mi arricciava i capelli, la fumana mi trascinava oltre il ponte senza notare le mie difficoltà.
Arrivata a mettermi in fila per aspettare lo scuolabus, l’ombrello era irrecuperabilmente devastato e io mi ero tramutata in un o straccio fradicio; fu proprio allora che iniziò a piovere ancora più forte.
Tu eri lì, in fila accanto a me: guardavi davanti a te, protetto dal tuo grande ombrello nero. Tutt’altro che ignaro della mia condizione, osservavi con discrezione la lezione che la vita mi stava impartendo.
In quel momento, mentre la pioggia fredda si inisinuava attraverso tutti gli strati dei miei vestiti e le gocce mi si impigliavano tra le ciglia, desideravo con tutto il cuore che mi offrissi riparo sotto il tuo ombrello.
Ma fu la ragazza di terza alla mia destra a farlo, non tu. Tu pensavi che me lo fossi meritata, fosse stato anche solo per il modo goffo e ridicolo con cui avevo tentato in tutti i modi di ripararmi con l’ombrello rotto.
È da allora forse che inconsciamente mi sono abituata a guardarti da sotto la pioggia scrosciante, coperta di miseria e di impotenza, e anche di rabbia e rassegnazione.
E mi viene in mente dopo due anni, in questa fase della mia vita in cui arrivo, destinazione e transizione sembrano fondersi in una poltiglia di inquietudine, quanto davvero mi manchi. Di fronte all’incertezza del domani non c’è orgoglio che tenga: in un attimo ho perdonato tutto quanto e ora desidero solo sapere se stai bene. Non ti ho più rivisto, se non nella foto del diploma.  Mi sei sembrato stanco e sono preoccupata che ora la vita non ti stia riservando la felicità che meriti. Penso che la me di ora, nonostante non si senta sicura neppure a fare le cose più banali, paradossalmente sarebbe in grado di renderti felice.
Ma non mi darai una seconda occasione.
Perciò io resto qui, sotto la pioggia: guardo il tuo ricordo svanire e sbiadirsi, finché non mi resterà solo questa indefinita nostalgia.
Ho composto questo tanka pensando a te e alla sensazione di essere guardata severamente dal cielo nuvoloso. In quei momenti mi tornano in mente tutte le persone il cui giudizio per me era importante, e che ho deluso.
Nuvole grigie
I tuoi occhi sottili
E silenziosi
sono al confine tra
la luce e l'abisso

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